Succede in una frazione di secondo.
Vediamo una buca, un guardrail, il bordo della strada, un’automobile che invade leggermente la nostra traiettoria.
Sappiamo perfettamente che dovremmo guardare verso lo spazio libero.
E invece gli occhi tornano lì.
Proprio sull’ostacolo.
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👉 Segui il canale Telegram Meno rumore, più occasioni realmente interessanti.È un fenomeno conosciuto come target fixation, traducibile come “fissazione del bersaglio”: quando qualcosa viene percepito come un pericolo, la nostra attenzione può rimanere concentrata proprio su quell’elemento.
Ma limitarsi a dire “non guardare l’ostacolo” non spiega la parte più interessante della questione.
La domanda che mi interessa è un’altra:
perché continuiamo a guardarlo anche quando sappiamo che non dovremmo farlo?
Non decidiamo sempre consapevolmente dove guardare
Quando guidiamo una moto gli occhi si muovono continuamente.
Guardiamo la strada, le curve, gli altri veicoli, gli specchietti, la segnaletica, l’asfalto e tutto ciò che potrebbe rappresentare un pericolo.
Nella maggior parte dei casi questo avviene senza che dobbiamo pensare coscientemente a ogni singolo movimento dello sguardo.
Quando però compare qualcosa che percepiamo come una minaccia, l’attenzione cambia.
Quell’elemento acquista improvvisamente importanza.
Una buca che fino a un momento prima occupava una piccola parte del nostro campo visivo può diventare, per qualche istante, la cosa più importante del mondo.
Ed è perfettamente comprensibile.
Il nostro cervello sta cercando di capire se quella cosa rappresenta un pericolo.
Il problema nasce quando continuiamo a dedicarle attenzione anche dopo aver raccolto l’informazione che ci serviva.
La buca non scompare se smettiamo di guardarla
È una delle sensazioni che rendono difficile distogliere lo sguardo.
Se abbiamo davanti una buca, un ostacolo o il margine della strada, guardarlo sembra rassicurante perché ci permette di controllarne continuamente la posizione.
Distogliere gli occhi può invece sembrare quasi come perdere il controllo della situazione.
Ma per evitarlo abbiamo bisogno anche di un’altra informazione:
dove si trova lo spazio nel quale vogliamo andare?
Se tutta la nostra attenzione rimane concentrata sul problema, dedichiamo meno risorse alla soluzione.
Ed è qui che sguardo, percezione e guida iniziano a influenzarsi a vicenda.
Guardare non significa soltanto vedere
Quando diciamo che la moto tende ad andare dove guardiamo, rischiamo di trasformare un fenomeno complesso in una specie di regola magica.
Gli occhi, naturalmente, non girano direttamente il manubrio.
Ma lo sguardo influenza moltissime cose che facciamo.
Influenza il modo in cui interpretiamo la traiettoria.
Influenza ciò che percepiamo intorno a noi.
Influenza le correzioni che decidiamo di fare.
E può influenzare anche la postura e la tensione con cui stiamo guidando.
Se continuiamo a fissare qualcosa che ci preoccupa, è facile che il nostro intero comportamento cominci a essere organizzato intorno a quell’elemento.
Quando compare la paura
Immaginiamo una curva.
Entriamo e improvvisamente abbiamo la sensazione di essere troppo larghi.
Guardiamo il margine esterno.
Vediamo il guardrail.
La paura aumenta.
Continuiamo a controllare il guardrail.
Nel frattempo ci irrigidiamo.
Magari riduciamo il gas più bruscamente del necessario.
Oppure modifichiamo la posizione sul manubrio.
Ogni singola reazione può sembrare piccola, ma può modificare quella successiva.
Quando alla fine diciamo:
“La moto non girava.”
stiamo descrivendo sinceramente la sensazione che abbiamo avuto.
Ma la sequenza potrebbe essere iniziata molto prima.
Il problema è l’attenzione, non soltanto gli occhi
Possiamo persino spostare fisicamente lo sguardo e continuare mentalmente a occuparci dell’ostacolo.
È per questo che trovo più interessante parlare di attenzione che semplicemente di direzione degli occhi.
La domanda non è soltanto:
“Dove sto guardando?”
ma anche:
“A cosa sto dedicando le mie risorse in questo momento?”
Perché durante la guida possiamo vedere moltissime cose, ma non possiamo attribuire la stessa importanza a tutte contemporaneamente.
Il motociclista deve continuamente scegliere, spesso inconsapevolmente, quali informazioni meritano attenzione.
Una cosa che conosciamo non smette di essere un problema
La parte interessante è che conoscere il fenomeno non significa esserne immuni.
Possiamo aver letto decine di volte:
“Guarda dove vuoi andare.”
Eppure, quando qualcosa ci sorprende davvero, la reazione automatica può essere completamente diversa.
È una caratteristica comune a molti aspetti della guida.
Tra sapere cosa bisognerebbe fare e riuscire a farlo nel momento in cui siamo sotto pressione esiste una differenza enorme.
Ed è proprio questo spazio che trovo interessante.
Prima dell’errore c’è quasi sempre una sequenza
Nel primo articolo di questa serie ho parlato proprio di questo: spesso la caduta che attribuiamo all’ultimo gesto è in realtà il risultato di una serie di decisioni precedenti.
Se non lo hai letto, lo trovi qui:
👉 Perché si cade in moto anche andando piano: l’errore inizia prima della caduta
Anche nella target fixation può accadere qualcosa di simile.
Possiamo schematizzare una situazione in questo modo:
vedo un pericolo → gli attribuisco priorità → continuo a controllarlo → aumenta la preoccupazione → modifico il mio comportamento → la situazione peggiora.
Non significa che questa sequenza si verifichi sempre nello stesso modo.
Significa però che concentrarsi esclusivamente sull’ultimo gesto rischia di farci perdere tutto ciò che è avvenuto prima.
Guardare la soluzione
Dire semplicemente “non guardare l’ostacolo” contiene inoltre un piccolo problema.
Ci dice cosa non fare.
Ma durante la guida abbiamo bisogno soprattutto di qualcosa da fare.
Per questo trovo più utile pensare allo spazio disponibile.
Non:
“Non devo guardare il guardrail.”
Ma:
“Dov’è lo spazio nel quale posso portare la moto?”
È una differenza apparentemente sottile.
Nel primo caso l’ostacolo rimane comunque al centro del nostro pensiero.
Nel secondo stiamo cercando una soluzione.
Allenare lo sguardo quando non siamo in emergenza
Il momento peggiore per imparare a gestire l’attenzione è quando abbiamo già paura.
È molto più utile osservare il nostro comportamento durante la guida normale.
Dove guardiamo entrando in una curva?
Quanto avanti spostiamo lo sguardo?
Quanto tempo rimaniamo concentrati su un singolo elemento?
Cosa succede quando vediamo una buca?
Guardiamo soltanto la buca oppure individuiamo immediatamente anche lo spazio libero?
Sono piccole osservazioni che possiamo fare senza trasformare ogni uscita in moto in un esercizio.
Servono soprattutto a diventare consapevoli di automatismi che normalmente non notiamo.
Esperienza e automatismi
Con gli anni molte operazioni della guida diventano automatiche.
È necessario che sia così.
Se dovessimo pensare coscientemente a ogni movimento del gas, del freno, della frizione o del manubrio non riusciremmo a guidare con naturalezza.
Ma gli automatismi hanno anche un’altra caratteristica:
tendiamo a notarli soltanto quando non funzionano come ci aspettavamo.
Una situazione improvvisa può costringerci a reagire in condizioni diverse da quelle abituali.
Ed è lì che può emergere la differenza tra esperienza accumulata e consapevolezza di ciò che stiamo facendo.
Quello che succede un attimo prima
La target fixation è un esempio perfetto del tema che mi ha portato a scrivere Non è la moto – Quello che succede un attimo prima.
L’ultimo gesto è visibile.
La frenata brusca.
La traiettoria sbagliata.
La moto che arriva troppo vicina al margine.
Ma prima di quel gesto esiste spesso un processo molto meno evidente.
Abbiamo visto qualcosa.
Gli abbiamo attribuito un significato.
Abbiamo provato un’emozione.
Abbiamo concentrato lì la nostra attenzione.
E infine abbiamo agito.
È quell’istante precedente all’azione che continua a sembrarmi uno degli aspetti più interessanti della guida motociclistica.
Non è la moto – Quello che succede un attimo prima
Nel libro provo a osservare proprio ciò che avviene tra quello che percepiamo e quello che facciamo: errori, paura, automatismi, reazioni e interpretazione del comportamento della moto.
Non è un manuale di tecnica di guida, ma una riflessione su quello che accade al motociclista quando una situazione comincia a essere diversa da come l’aveva immaginata.
👉 Scopri Non è la moto e leggi la presentazione completa
Non è la moto – Quello che succede un attimo prima
Fabio Galli – Viola Edizioni










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