Ci sono cadute in moto che, raccontate dopo, sembrano quasi inspiegabili.
Non stavamo andando forte. La strada non era particolarmente difficile. La moto funzionava perfettamente. Non c’era una situazione apparentemente estrema.
Eppure siamo finiti a terra.
Quando succede, la prima domanda è quasi inevitabile:
“Cosa ha fatto la moto?”
Ma non sempre è la domanda giusta.
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👉 Segui il canale Telegram Meno rumore, più occasioni realmente interessanti.Molte volte quello che determina una caduta è cominciato qualche istante prima: in ciò che abbiamo guardato, in quello che abbiamo percepito, nella decisione che abbiamo preso o nel modo in cui il nostro corpo ha reagito alla situazione.
È proprio da questa idea che nasce il titolo del mio libro Non è la moto – Quello che succede un attimo prima.
Cadere piano non significa cadere per un problema banale
Quando pensiamo agli incidenti in moto immaginiamo facilmente velocità elevate, curve percorse troppo forte o frenate d’emergenza.
In realtà molti motociclisti conoscono benissimo un altro tipo di caduta.
La manovra a passo d’uomo.
L’inversione.
Una partenza con il manubrio girato.
La frenata improvvisa mentre la moto è inclinata.
Un piede appoggiato male.
Un ostacolo visto all’ultimo momento.
Situazioni nelle quali la velocità è minima, ma nelle quali basta una sequenza di piccoli errori perché la moto diventi improvvisamente difficile da recuperare.
Ed è interessante proprio questo: spesso l’ultimo gesto non è il vero errore.
L’errore visibile è spesso soltanto l’ultimo
Immaginiamo una situazione molto semplice.
Stiamo procedendo lentamente. Vediamo qualcosa che ci preoccupa. Spostiamo lo sguardo. Irrigidiamo le braccia. Correggiamo la traiettoria. Freniamo.
Quando la moto cade, potremmo concludere:
“Ho frenato con il manubrio girato.”
Ed è probabilmente vero.
Ma quella frenata potrebbe essere stata soltanto l’ultimo anello di una catena iniziata diversi istanti prima.
Perché abbiamo frenato proprio in quel momento?
Perché stavamo andando in quella direzione?
Dove stavamo guardando?
Quando abbiamo capito che qualcosa non stava andando come previsto?
È lì che la questione diventa molto più interessante della semplice ricerca dell’errore tecnico.
Dove guardiamo cambia quello che facciamo
Uno degli aspetti più affascinanti della guida motociclistica è il rapporto tra sguardo, percezione e movimento.
Quando qualcosa ci preoccupa, l’attenzione tende naturalmente a concentrarsi proprio su quell’elemento.
Un bordo della strada.
Una macchina che si avvicina.
Una buca.
Un guardrail.
Il problema è che mentre ci concentriamo sull’ostacolo possiamo smettere di raccogliere informazioni altrettanto importanti: lo spazio libero, la traiettoria possibile, la velocità reale o quello che sta succedendo intorno.
Non è quindi soltanto una questione di “guardare dove vogliamo andare”.
È una questione di come l’attenzione modifica le informazioni sulle quali prendiamo le nostre decisioni.
La paura cambia il modo in cui guidiamo
Anche la paura non è necessariamente un nemico.
È un sistema di allarme estremamente utile.
Il problema nasce quando la risposta alla paura comincia a interferire con quello che dovremmo fare.
Possiamo irrigidirci.
Possiamo smettere di respirare normalmente.
Possiamo stringere maggiormente il manubrio.
Possiamo fare una correzione più brusca del necessario.
Oppure possiamo concentrarci su un’unica possibile soluzione, ignorandone altre.
La moto, nel frattempo, continua semplicemente a reagire ai nostri comandi.
Ed è uno dei motivi per cui dopo una caduta può sembrarci che abbia fatto qualcosa di improvviso o imprevedibile.
“La moto è partita”
È una frase che molti motociclisti hanno pronunciato almeno una volta.
“Mi si è chiuso lo sterzo.”
“È partita davanti.”
“Mi ha portato fuori.”
“Non girava.”
“È caduta all’improvviso.”
Sono descrizioni perfettamente comprensibili di quello che abbiamo percepito in quel momento.
Ma ciò che percepiamo mentre una situazione sta rapidamente peggiorando non coincide necessariamente con l’intera sequenza degli eventi.
Ricostruirla dopo significa provare a spostare l’attenzione dall’ultimo istante a quelli precedenti.
Ed è spesso lì che scopriamo qualcosa di utile.
Il problema non è trovare un colpevole
Analizzare una caduta non dovrebbe servire a stabilire se la colpa sia stata nostra o della moto.
Serve a capire.
Perché se identifichiamo solamente l’ultimo errore rischiamo di imparare molto poco.
Se invece ricostruiamo la sequenza possiamo scoprire che la situazione era diventata problematica molto prima.
Magari avevamo già:
- scelto una traiettoria poco favorevole;
- spostato l’attenzione sull’ostacolo;
- ridotto troppo tardi la velocità;
- irrigidito le braccia;
- iniziato una manovra senza abbastanza margine;
- interpretato male quello che stava facendo la moto.
Presi singolarmente possono sembrare dettagli.
Messi uno dopo l’altro diventano una sequenza.
Quello che succede un attimo prima
È proprio quell’intervallo che mi interessa maggiormente.
Non l’istante in cui la moto tocca terra.
Ma quello precedente.
Il momento nel quale esiste ancora la possibilità di fare qualcosa di diverso.
È un territorio fatto di percezione, attenzione, paura, esperienza, automatismi e decisioni.
E più anni passiamo in moto, più può diventare interessante osservare non soltanto come guidiamo, ma anche come decidiamo mentre guidiamo.
Perché l’esperienza è preziosa, ma può creare anche automatismi.
E un automatismo funziona benissimo fino al momento in cui la situazione non è più quella alla quale eravamo abituati.
Non è la moto
Da queste riflessioni è nato Non è la moto – Quello che succede un attimo prima.
Non è un manuale per imparare a guidare una motocicletta e non vuole sostituire un corso di guida.
È invece un tentativo di guardare con maggiore attenzione a quegli istanti nei quali una situazione apparentemente normale comincia a trasformarsi in qualcosa che non avevamo previsto.
Agli errori.
Alla paura.
Alla percezione.
Alle reazioni della moto e, soprattutto, alle nostre.
Perché dopo tanti anni trascorsi in sella una delle domande più interessanti non è più soltanto:
“Come si guida una moto?”
ma:
“Cosa succede dentro di noi mentre la stiamo guidando?”
Non è la moto – Quello che succede un attimo prima
Se questo modo di osservare la guida ti interessa, nel libro sviluppo proprio questi temi attraverso esperienze, errori e situazioni nelle quali quello che accade prima conta spesso più dell’ultimo istante.
👉 Scopri il libro e leggi la presentazione completa
Non è la moto – Quello che succede un attimo prima
Fabio Galli – Viola Edizioni










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